La collezione Zavoli all’Archivio Storico della Presidenza della Repubblica

Lo scorso 22 settembre nella sala convegni dell’Archivio Storico della Presidenza della Repubblica si è svolto un incontro di studio nel centenario della nascita di Sergio Zavoli, alla presenza del Capo dello Stato, Sergio Mattarella, in cui è stata presentata da Marina Giannetto, sovrintendente dell’Archivio, la “collezione Sergio Zavoli”, che copre l’intero arco temporale dell’attività giornalistica di Zavoli (1950-2020) . L’incontro di studio si è poi articolato con gli interventi del prof. Cosimo Ceccuti, presidente della Fondazione Nuova Antologia-Giovanni Spadolini, di Giuseppe Filippetta, già direttore della biblioteca “Giovanni Spadolini” e del prof. Luciano Zani, professore emerito di storia contemporanea dell’Università La Sapienza e componente del comitato scientifico della Fondazione Murialdi. Riportiamo di seguito il testo integrale dell’intervento del prof, Zani.

Se dovessi scegliere, tra altri, un termine che unisse le personalità di Renzo De Felice e di Sergio Zavoli, direi la curiosità, e forse un pizzico di invidia, sicuramente non di alterigia, dello storico, nei confronti di un linguaggio giornalistico chiaro, conciso e sintetico. La curiosità, per un giornalista, è un tratto assolutamente necessario, ma anche lo storico non era affatto un uomo sigillato tra libri e archivi, attaccato alla sacralità del documento, come a volte lo si è dipinto. Le interviste, ci ripeteva spesso De Felice, difficilmente sono utili a ricostruire i fatti storici, e perciò vanno prese con le molle, trattate con distacco e prudenza, ma sono preziose nel ricostruire atmosfere, restituire un clima e un contesto. Tutto dipende dall’intervistatore, dalla serietà, dalla proprietà, e, perché no, dalla scaltrezza delle domande. Qui è la bravura di Zavoli, che ha colpito tutti gli storici del Comitato di consulenza della Nascita di una dittatura, e De Felice in particolare. Quindi l’incontro tra i due era scritto e credo che abbia accentuato l’interesse dello storico per i giornali, la radio e la televisione come mezzo privilegiato per allargare la platea dei lettori. E, se me lo consentite, anche come un mezzo per uscire dall’isolamento in cui un certo ambiente accademico di sinistra intendeva relegarlo. Fu De felice a scrivere la prefazione alla versione scritta della trasmissione, fu lui, in una lunga intervista di Ezio Zefferi per il “Radiocorriere” del 5 novembre 1972, a dire di Zavoli cose molto forti: il ciclo di trasmissioni è giornalistico solo nella forma televisiva e nell’uso come fonte delle interviste – tutte di grande interesse e quella ad Amadeo Bordiga addirittura un unicum – e in questo è “ottimo giornalismo, di alto livello, sia per il ritmo della trasmissione, sempre sostenuto, mai affrettato, spesso drammatico, sia per l’utilizzazione del materiale filmato, spesso inedito e sempre efficace, sia per la rappresentatività e l’interesse dei personaggi intervistati”. Nella sostanza – continua De Felice – “si tratta di una ricostruzione il cui livello etico-politico e il cui impegno storico sono (…) senza precedenti in Italia” e in Europa, perché Zavoli ricostruisce “le vicende trattate in termini il più rigorosamente possibile storici, sia con un continuo sforzo di tener presenti tutti gli aspetti della realtà del tempo e il loro evolversi e di approfondirne le cause immediate e remote, sia con un altrettanto continuo ricorso alle varie “fonti” in maniera da offrire allo spettatore una ricostruzione la più completa e la più attendibile possibile e, al tempo stesso, di dare ad esso la possibilità di farsi una “propria” idea dei diversi punti di vista e delle rispettive “ragioni” delle forze e degli uomini che allora furono i protagonisti della crisi dello Stato liberale, di come essi vissero, anche psicologicamente, quegli avvenimenti e di come li giudicarono allora e li giudicano oggi, a mezzo secolo di distanza”.

Raramente ho letto giudizi di De Felice così elogiativi.

La conclusione è che il lavoro di Zavoli è “una ricostruzione non solo storicamente valida, ma di grande valore educativo e morale, un atto di fiducia nella capacità dello spettatore di partecipare criticamente alla ricostruzione della realtà che viene fatta

davanti ai suoi occhi sulla base sia delle acquisizioni della più recente storiografia sia dell’esposizione-dibattito dei punti di vista dei vari protagonisti di quelle vicende”.

Insomma, è evidente che tra il grande storico e il grande giornalista è nata una straordinaria sintonia. Aggiungo una mia ulteriore valutazione personale, che mi deriva sia da come ho visto l’evoluzione della scrittura giornalistica di De Felice, sia dai commenti che negli anni successivi (nel ’72 ero studente Di De Felice e stavo scrivendo la tesi), scambiai con lui e con altri allievi, come Luigi Goglia, quello di noi che ha prestato la maggiore attenzione all’iconografia: credo che l’esperienza con Zavoli, che pure viene dopo le prime collaborazioni al “Corriere” spadoliniano, e ovviamente prima di quelle al “Giornale” di Montanelli, abbia agito da stimolo su De Felice ad ampliare l’uso dei mezzi di comunicazione comparendo in prima persona. Nonostante che De Felice, all’opposto di Zavoli, non fosse un oratore brillante – volete mettere la voce straordinaria di Zavoli con quella o troppo bassa o un po’ stridula, se non un po’ balbuziente, di De Felice? – coinvolse anche noi giovani allievi, soprattutto in trasmissioni radiofoniche.

Ora un particolare, solo apparentemente marginale. De Felice ha curato, per l’editore Bonacci, nel 1991, una Bibliografia orientativa del fascismo, uno strumento prezioso per studenti e ricercatori, cui hanno collaborato molti allievi di De Felice, il quale tenne per sé tre sezioni. In quella intitolata Generalità, perché dedicata agli strumenti più utili e alle opere di riferimento generale più importanti, c’è, a p. 28, Nascita di una dittatura, nell’edizione SEI del 1973. È l’unica trascrizione di un prodotto televisivo tra dodicimila titoli!

C’è un’ultima cosa, apparentemente marginale, oltre il rifiuto di posizioni ideologiche precostituite, che unisce De Felice a Zavoli: la curiosità e l’attenzione per le figure minori, i gregari, quelli che Zavoli immortalava nei processi alle tappe del Giro d’Italia (non me ne perdevo una!), quelli che per De Felice, proprio perché marginali, irregolari, perfino al limite del risibile e del folclore, erano voci fuori dal coro che aiutavano a illuminare zone buie del coro: “anche negli episodi più piccoli, più marginali, c’è la spiegazione di tante cose, non solo di allora ma direi anche di oggi”, una frase dello storico che credo il giornalista Zavoli avrebbe sottoscritto.

Se queste mie prime notazioni sono in sintonia con la mia appartenenza alla Fondazione sul giornalismo Paolo Murialdi, che affianca gli archivi dei grandi giornali nel conservare la memoria del giornalismo italiano, vorrei concludere con un aspetto di Zavoli che mi tocca come vicepresidente dell’ANRP, una delle associazioni che curano memoria e storia delle varie prigionie nella Seconda guerra mondiale. Coinvolge la guerra e la farfalla.

Zavoli, il poeta Zavoli, ha vissuto con grande partecipazione emotiva l’esperienza della Seconda guerra mondiale, non direttamente, perché riuscì a sottrarsi alla chiamata alle armi dei giovani della sua classe da parte della RSI, ma tornando nella sua Rimini bombardata e sfregiata nelle persone e nelle cose. In tante poesie ritorna il tema della guerra e tornano le farfalle, come quando scrive:

mentre alle cieche obbedienze della guerra/non bastasse l’orrore di una condanna/dei costretti a morire, scelti dal caso./”E come potevamo noi cantare…”,/se per chiudere la partita occorreva contare/”un numero sterminato di farfalle”, disse Aurobindo,/si posasse, indifferentemente,/su milioni di persone:/i vinti uccisi e i vincitori addormentati,/confusi coi vecchi e le madri,/i padri e fratelli/nelle stragi civili lasciate in mezzo mondo.

(Aurobindo è un filosofo e mistico indiano battutosi per l’indipendenza dell’India.)

Le farfalle sono un punto di raccordo con un altro grande incontro di Zavoli, quello con il poeta Tonino Guerra, che ha dedicato, da Internato nei lager del Reich, questa poesia, anche in dialetto, a tutti gli Internati, che in poche parole dice tutto sulla sofferenza nell’internamento:

Contento proprio contento / sono stato molte volte nella vita / ma più di tutte quando mi hanno liberato / in Germania / che mi sono messo a guardare una farfalla / senza la voglia di mangiarla.

Zavoli dedica a Tonino Guerra una bellissima poesia, che parte dall’orrore della guerra, ma chiude col nuovo cammino che anche Zavoli, nella sua Rimini sventrata, contribuì a imboccare. Concludo, leggendone solo pochi versi:

(…) ritrovavi, Tonino, il tuo ritorno/dalle infami baracche del nazismo./(…) Con l’aria consumata, si sarebbero ingoiate/soltanto le farfalle/dove tutto era convertito/a quel silenzio: (…)/La strada riprendeva il suo cammino mentre/pendeva ancora la colonna ingobbita/dalla guerra, e tornava l’idea di quando/dipingevi la schiuma gialla sull’orlo/della riva.”

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